Leader dello Yoga della Risata

Ore 18.30 di domenica 13 aprile 2014.

Sono appena salito in macchina e, percorrendo il lungomare di Bellaria, abbasso il finestrino e saluto il mare mosso con uno squillante “HO HO HA HA”.

E’ da poco terminato il fantastico weekend di Certificazione Internazionale di Leader dello Yoga della Risata: due giornate straordinarie, intense e profonde, trascorse in compagnia di Richard e Sara ed altre 29 splendide persone.

yoga risata

Per far ritorno nella mia Roma mi aspettano poco più di quattro ore di strada e per la prima volta in vita mia preferisco lasciar spento lo stereo; questa volta non ho il desiderio di ascoltare un interessante audio-corso né uno dei miei brani musicali preferiti e preferisco abbandonarmi al silenzio, che è un silenzio ricco di rumori di sottofondo, profumi, immagini, sensazioni, emozioni.

Torna alla mente in maniera vivida il suono creato dalla mescolanza della risata inconfondibile e contagiosa di Richard, della mia e di quella delle 29 persone che in questi due giorni hanno deciso di mettersi in gioco e di vivere il momento presente onorando il proprio “qui ed ora” (come meriterebbe di esser onorato nel vissuto quotidiano). Immediatamente, guardandomi nello specchietto retrovisore, mi accorgo che il fluire di questi pensieri ha provocato sul mio viso un gran bel sorriso!

Poi, di colpo, un brivido lungo la schiena mi ricorda la forte emozione provata dall’intenso movimento di battiti di mani a ritmo di musica che ha fatto scaturire un vortice di energia creato ed alimentato dai nostri “clap clap”.

“Motion Creates Emotion”

In questo incessante scorrere del film delle mie ultime quarantotto ore, mi si scalda il cuore nel rivivere mentalmente l’ “HO HO HA HA” in cui ognuno di noi afferma la propria presenza nella vita, il proprio posto nel mondo, la volontà di esistere consapevolmente e di esprimere se stesso, sentendosi unico tra sette miliardi di persone.

Penso a Richard: il suo sguardo penetra l’anima; il suo sorriso libera e stimola il riso in tutti; il suo movimento alimenta l’energia del gruppo: la sua semplicità e autenticità sono disarmanti. Le sue parole sono sempre lì a guidarci passo passo senza mai lasciar solo nessuno e dando l’impressione di riuscire a parlare direttamente ad ognuno di noi. La sua passione è come la sua risata: contagiosa. Il suo messaggio è bello, buono e giusto. La sua missione è palese e genuina. Il suo essere, la sua azione ed il suo comportarsi sono coerenti con i contenuti che insegna e che dona naturalmente. Sembra di conoscerlo da una vita. Ci ha fatto ridere, divertire, giocare, immaginare, sognare, riflettere, piangere, commuovere, emozionare.

Lo yoga della risata non è nient’altro che la metafora di come dovrebbe essere la vita, e il bello è che è una metafora applicabile in qualsiasi momento e da qualsiasi individuo.

La risata riesce a frantumare ogni barriera o schema mentale installati in noi da non si sa più neanche quanto tempo.

E’ un sano ritorno alle origini, al nostro essere

felici, autentici, spontanei, creativi, bambini.

“Quando ridi cambi e quando tu cambi tutto il mondo cambia intorno a te.”

La Resilienza

Oggi lascio con piacere spazio a Laura Buscemi, docente di lettere e di scrittura creativa.

Il termine “resilienza” nasce originariamente nell’ambito della tecnologia metallurgica per indicare la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate e quindi rappresenta per un metallo il contrario della fragilità.

juri

Il vocabolo è stato in seguito usato da diverse discipline (biologia, ecologia, informatica, psicologia) con significati similari e, per quel che ci riguarda, ci riferiamo specificamente al campo psicologico, in cui esso denota la capacità di un individuo di far fronte agli eventi negativi incontrati sul proprio cammino, riuscendo a mantenere (o a riprendere) il controllo sulla propria vita dopo l’impatto con situazioni frustanti, interpretando i cambiamenti e le difficoltà non come una minaccia ma come un’opportunità e leggendo le difficoltà con occhio ottimista, senza mai perdere la speranza.

Molte volte nel corso dell’esistenza ognuno di noi vede minato il proprio equilibrio psicologico dall’avverarsi di eventi inattesi e spiacevoli che provocano emozioni forti e un senso di instabilità e incertezza; ed è proprio allora che bisogna operare per ricreare una situazione interiore di serenità e di fiducia nelle proprie capacità di riadattamento efficace perché positivo.

“Resiliente” non è l’individuo che non incontra mai sconfitte ma quello che non ne viene schiacciato; non è colui che nega un passato difficile ma colui che lo rilegge razionalmente e ne trae insegnamenti e suggerimenti per dare nuove prospettive alla propria vita e raggiungere mete soddisfacenti.

Secondo Susanna Kobasa, una psicologa dell’università di Chicago, le persone “più resilienti” (cioè quelle che riescono a fronteggiare meglio le contrarietà della vita), mostrano contemporaneamente tre tratti di personalità:

  • IMPEGNO – alto grado di coinvolgimento nelle attività, tipico dell’individuo attento ma non ansioso, capace di valutare in modo realistico le difficoltà senza dimenticare i propri punti di forza;
  • CONTROLLO – convinzione di poter dominare gli eventi, modificando le proprie strategie di comportamento con azioni di intervento immediato ma anche con pause di riflessione;
  • GUSTO PER LE SFIDE – disposizione ad accettare i cambiamenti, percepiti più come sfide stimolanti che come situazioni da evitare, riconoscendo che è possibile essere flessibili senza perdere la propria identit).

La resilienza non è una caratteristica che si possiede geneticamente o non si potrà mai possedere, perché impegno, controllo e gusto per le sfide sono tratti di personalità di cui si può imparare ad avere consapevolezza e perciò possono essere coltivati e incoraggiati!

“Le difficoltà rafforzano la mente, così come il lavoro irrobustisce il corpo” (Seneca)

Comportamenti, pensieri ed azioni che ci rendono persone resilienti possono essere appresi da chiunque, purché si stabiliscano rapporti interpersonali improntati alla solidarietà e all’attenzione reciproca e si crei un clima di vita ricco di amore e di fiducia, capace di supportarci non tanto per evitare gli errori quanto per sostenerci nei cambiamenti di rotta.

Oltre a questi rapporti interpersonali positivi, gli psicologi sottolineano l’importanza di altri fattori quali:

  • l’acquisizione di una visione positiva di sé, rimanendo attenti ai propri bisogni e necessità;
  • la capacità di porsi traguardi realistici e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento;
  • il porre in atto azioni decise da se stessi senza lasciare che siano gli altri a scegliere;
  • lo sviluppo di una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni.

”Resilienza” deriva etimologicamente dal verbo latino resilire, cioè  “saltare indietro, rimbalzare”, ma – fa notare Pietro Trabucchi – qualcuno propone anche il suggestivo significato originario del verbo re-salio, che connotava anche il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare. In entrambi i casi è palese comunque il senso dello sforzo attivo e finalizzato al superamento di un vissuto ostacolante.

La resilienza è una funzione psichica vincente. E’ una via reperibile nelle nostre mappe interiori e percorribile con successo.

“Sii come il mare, che si infrange contro gli scogli ma ci riprova sempre”  (Jim Morrison)

mare

Siamo nati per ridere

ridereSiamo nati per ridere: i bambini piccoli ridono continuamente. Ridere è una capacità innata, qualcosa di spontaneo ed istintivo. Non c’è niente di più contagioso di una risata, liberala e il mondo riderà con te: da un sorriso sincero nasce sempre un altro sorriso.

Ridere ci fa sentire vivi. In una vita priva di umorismo e di allegria la felicità tarda ad arrivare.

La stessa felicità è una pura conseguenza di una lunga risata o di un dolce sorriso. E’ fondamentale godersi intensamente quegli attimi nei quali quella splendida sensazione, che scalda e cambia il corpo, prende il sopravvento in un preciso frangente spazio-temporale. In qualsiasi momento il riso è una risorsa straordinaria e per questo bisogna avere il coraggio di ridere!

 “Una risata può essere una cosa molto potente.
A volte, nella vita, è l’unica arma che ci rimane!”

(Roger Rabbit)

Se per Leopardi “Chi ride è padrone del mondo” e per Victor Hugo “Il riso è il sole, che scaccia l’inverno dal volto umano”, nel XX secolo, René Clair – uno tra i “maestri” del cinema mondiale –  confermò che “Ridere, il vero segno della libertà” e il premio Nobel per la letteratura Pablo Neruda disse che “Ridere è il linguaggio dell’anima”.

Oggi, nel ventunesimo secolo, una parte dinamica e attiva del mondo non fa altro che ricordarti quotidianamente: “Ridi e non prendere né te stesso né la tua vita troppo sul serio”.

L’avrai imparata la lezione? RIDI E LASCIA RIDERE

“Per corrugare la fronte si mettono in movimento ben 65 muscoli. Per sorridere solo 19. Allora, almeno per economia, sorridi!” 🙂

La Gratitudine

Oggi lascio con piacere spazio a Laura Buscemi, docente di lettere e di scrittura creativa.

Era ieri. Ma ieri di qualche anno fa. Nell’aula, tra un battito di ciglia annoiato e una finta aria interessata degli alunni, spiegavo i verbi deponenti latini. Un leggero doppio colpo alla porta, un “Avanti!” e Andrea, un mio ex-alunno, sulla soglia.

gratitudineNon entra, è visibilmente agitato, mi incalza: “Le posso parlare, prof? Ma subito…”. Usciamo nel corridoio vuoto e freddo. Capisco che non sa da dove cominciare, perché sposta il peso da un piede all’altro e mi guarda come se non mi vedesse più o mi vedesse troppo. Poi srotola parole in fretta: “Si ricorda quel giorno che in classe non ho scritto una riga del compito? Da solo, all’ultimo banco…(e come faccio a ricordare? ne ho tanti di alunni così, ogni anno…) Lei mi è venuta vicino, mi ha fatto una carezza sulla testa e mi ha detto una cosa. Se lo ricorda, prof, quello che mi ha detto?”. Lo guardo senza rispondere e scuoto la testa. Sarebbe bello dire sì, ma non sono abituata a mentire e lui lo sa. D’improvviso sorride:” Non fa niente… Me lo ricordo io. Me lo sono ricordato stamattina, poco fa, e ho capito che lei aveva ragione. PROF, LEI AVEVA RAGIONE!”.

Lo so che l’emissione della voce non distingue tra maiuscole e minuscole, ma a me pare proprio che quest’ultima frase veleggi nell’aria scritta a lettere grandi. Andrea ripete, quasi stupìto: “Prof, lei aveva proprio ragione! Dovevo dirglielo subito, ecco perché l’ho disturbata in classe! Ci ho messo due anni a capirlo, ma son venuto a dirle grazie. Grazie di avermi visto davvero!”.

Prima che io possa aggiungere qualcosa, mi abbraccia forte e scappa via, con l’intempestiva tempestività degli adolescenti.

Qualche volta ho rivisto Andrea per i corridoi della scuola ma non abbiamo mai più fatto cenno a quest’episodio; poi non l’ho visto più, perché ha lasciato gli studi e mi hanno riferito (sì…credo…si dice…pare…) che ora ha aperto un chiosco su una imprecisata spiaggia tropicale.

Ecco. Andrea, il suo grazie ha potuto dirmelo. Io non ho saputo cogliere il momento di dire il mio a lui. Ora dovrei scriverlo su un foglietto, chiuderlo in una bottiglia ben tappata e sperare che il mare sappia recapitare il mio messaggio su quelle sabbie lontane.

E’ oggi.
La correzione dei compiti di Italiano della classe prima mi porta via un’infinità di tempo.
La C e la Q litigano: “…l’amico col cuale vengo a scuola…”
Congiuntivo e condizionale prendono servizio alternandosi: “…se sarei figlio unico…”
La S seguita da consonante crede di essere all’estero e si comporta come nella sillabazione francese: “… era DIS-PE-RA-TO…; …una signora DIS-TIN-TA…”

L’apostrofo predilige il maschile e certi plurali e ignora il femminile: “…un’uomo… gl’ultimi… un altra volta…”, impuntandosi testardo su “qual’ è” anche se lo cancello con vigore.
E poi il linguaggio informale e disordinato della quotidianità che irrompe felicemente: “…mio fratello è  incasinato… a me della scuola non me ne po’ frega’ de meno… se i miei genitori non mi fanno uscire con gli amici, lì scatta la rissa…” Non ci posso credere! Al primo anno del liceo scientifico!

Poi il tema di Ambra: comincia e finisce con tre puntini di sospensione, non fa uso di nessuna maiuscola e di alcun segno di punteggiatura, scivola da un argomento all’altro senza adeguati legami sintattici né logici, si conclude rimanendo sospeso: PERFETTO!

Un perfetto esempio di “flusso di coscienza”, quello esasperato, quello che giusto James Joyce ha usato in modo credibile.

Provo gioia, una chiara e soddisfatta gioia, perché quella tecnica di scrittura che ho spiegato come mero contenuto didattico è diventata per Ambra un possesso cognitivo ed emotivo, si è magicamente trasformata da “sapere” in “saper fare” e soprattutto è nata da una scelta espressiva libera e non imposta dal docente.
Sul retro del foglio protocollo, sotto la data ed il nome dell’alunna, la mia penna rossa disegna un convinto, tondeggiante 9. Glielo consegnerò domani.

Sarà domani.
Sarà domani il giorno in cui, riportando i compiti ai ragazzi, non mi farò sfuggire la possibilità di esprimere a parole chiare quel che c’è dietro quel voto e di dire grazie ad Ambra.

Grazie di aver reso davvero suo quel che prima non sapeva e che io le ho prospettato. Grazie di aver dimostrato che a scuola, nel banco, magari solo qualche mattina, non c’è solo la sua scorza esteriore visibile ma la linfa interna e vivificatrice della mente in ascolto.

Domani il mio grazie sarà esplicito e pubblico. Non aspetterò di chiudere (troppo tardi) messaggi in bottiglia, perché vorrei che lei (e magari anche qualcun altro!) capisse che un insegnante che spiega, interroga, corregge, vàluta, compila registri, fa solo il suo mestiere. Magari anche molto bene. Ma nel farlo si inaridisce, si svuota, se dietro la propria operatività personale non scorge lampi di curiosità e di viaggio personale dell’alunno, ben oltre i risultati scolastici. Un lampo anche raro, anche piccolo, ma vivido nel cielo oscuro di una Scuola oggi travagliata da troppe domande senza risposta.

Vorrei che Ambra, dal mio grazie, capisse che un insegnante, vedendo che i suoi alunni sono in aula ma nulla imparano davvero, è come un faro spento: torre fredda e non abbattibile, ritta sugli scogli viscidi, investita dai marosi e dalle intemperie, ormai incapace di indicare la rotta.

Presupposti filosofici del Coaching Umanistico

Oggi voglio condividere con voi un’interessante intervento di Luca Stanchieri (Life & Executive Coach e Psicologo, fondatore della Scuola Italiana di Life & Corporate Coaching).

 

Stanchieri“Per il Coaching Umanistico della Scuola Italiana di Life&Corporate Coaching, la committenza dei soggetti allenabili è sempre collocata dentro la dinamica dei sistemi simbolici di cui fanno parte (per sistema simbolico si intende ogni campo/contesto culturale, es. famiglia, azienda, coppia, scuola, squadra, lavoro, autonomia, salute ecc.).”

“L’indicatore di un buon coach umanista è l’originalità, l’individualità, la singolarità, così come l’avversità al “buon senso”, al “senso comune”, al “normale”. Il coaching si nutre dell’eccezionalità, perché punta a trovare l’essenza unica e irripetibile delle persone agenti nella realtà. L’ascesi individuale data dall’autosuperamento del sé non prescinde dal sistema simbolico in cui avviene. Ed il coach non solo è esperto di coaching, ma anche dei sistemi simbolici, della loro conformazione storica, delle loro tendenze di sviluppo, delle tensioni che li governano e li mettono in crisi.”

“La relazione fra coach e cliente non è quella del consulente, che si sostituisce all’imprenditore nell’elaborare la strategia, né quella del formatore che si rifugia fra i boschi per insegnare come si attraversa un ponte tibetano a Barberino del Mugello. Ma è più simile a quella dell’allenatore con il suo atleta che non verrà mai sostituito sul campo di gioco, ma verrà allenato sul campo per dare il meglio di sé, da protagonista assoluto di un percorso che deve produrre cambiamenti concreti, visibili, misurabili, e soprattutto appaganti.”

AUTODERMINAZIONE E AUTOREALIZZAZIONE
“Individualità e sistemi simbolici dunque sono i presupposti filosofici da cui parte il coaching umanistico.  Il richiamo all’umanesimo del coaching è anche una sfida: porsi sulla lunghezza d’onda di filosofi che hanno messo al centro della loro riflessione il destino della specie umana. Oggi la filosofia è scomparsa proprio laddove sensi e significati necessitano di rielaborazioni radicali. Il richiamo al classico ovviamente non nega, ma allena la coscienza del coaching sull’attualità storica, ovvero la sua analisi e visione del mondo attuale e del suo ruolo in esso. Ed è proprio dall’analisi del contesto mondiale, cross culturale e dalle modalità con cui si riflette nei microcosmi locali che nasce la consapevolezza della necessità di un allenamento che dia una direzione specifica al cambiamento, una direzione umanista.”

Ciò che emerge dalla realtà storica in cui viviamo e che si pone come presupposto filosofico, paradigma culturale, filone di ricerca scientifico e afflato politico per il coaching è il processo di autorealizzazione, fondato sull’autodeterminazione individuale, relazionale e collettiva“.

 

L’autorealizzazione è una spinta al cambiamento di grande complessità. Ha già una storia dietro di sé. Iniziale ma potente. E’ diventata un bisogno interiore, una dimensione psicologica, un movimento politico dalle forme più disparate. Passa attraverso la messa in discussione del principio di adattamento e l’affermazione del principio di creatività. L’esplorazione e l’elaborazione del nuovo si pongono come sfide all’acquisito, che dimostra tutte le sue fragilità.

L’autorealizzazione della soggettività come processo combinato di scoperta e invenzione, di coscienza e creatività, di esplorazione e elaborazione, di comprensione e realizzazione, di pensiero, sentimento e azione, di esaltazione delle emozioni attraverso la loro piena consapevolezza culturale, si nutre del suo guscio politico, che è il processo di autodeterminazione. L’autodeterminazione è l’allenamento della soggettività all’autogoverno, che si riappropria della delega in bianco data all’esperto di turno. E’ la volontà soggettiva di determinare da sé obiettivi e strategie. E’ la coscienza di apprendere le lezioni dalla vita, di comprendere i programmi di allenamento a cui si è stati sottoposti, di stravolgerli in funzione della ricerca della felicità possibile. L’autorealizzazione è la concretizzazione dell’originalità che determina ciascuna soggettività; l’autodeterminazione è il processo politico di scelte che permettono di individuare l’essenza, il come e il dove dell’autorealizzazione.

L’autodeterminazione implica protagonismo attivo, partecipazione diretta, autorganizzazione, libertà di pensare, di decidere e di agire. L’autorealizzazione implica la consapevolezza delle proprie potenzialità, delle risorse da allenare, dei criteri filosofici che sottostanno alle scelte, delle forme di felicità possibili, delle motivazioni autentiche. L’autodeterminazione è il processo di funzionamento dell’autogoverno, l’autorealizzazione è il presupposto, il fine e il programma del governo stesso. La loro combinazione sviluppa la ricerca della felicità possibile per come si concretizza nella realtà, quindi nei sistemi simbolici dentro i quali la soggettività esprime il suo esserci. In questa prospettiva, le individualità, le differenze, le singolarità trovano dialogo, costruiscono scambi, avviano conoscenze, fondano comunanze nuove, attraverso le quali i beni soggettivi possono combinarsi e arricchirsi vicendevolmente. A causa dell’essenza sociale degli esseri umani, l’autorealizzazioni e l’autodeterminazioni sono possibili solo nelle dimensione sociale: con, per e grazie agli altri.

Il coach umanistico è l’allenatore delle potenzialità trasformative della soggettività, esperto dei processi di autorealizzazione e autodeterminazione che forgiano e stravolgono la relazione con i sistemi simbolici e le relazioni sociali. Il coaching umanistico come nuova professione, come combinazione fra scienza e tecnica innovative e filosofia classica, diventa parte integrante di questi processi rivoluzionari. Per certi versi, nasce da questi processi rivoluzionari. Perché di vere rivoluzioni si tratta.

Il coaching è depositario delle tecniche, dei programmi, degli esercizi a cui si sono sottoposti gli esseri umani per raggiungere vette inimmaginabili, insperate, a volte solo fantasiose. E’ esperto delle tensioni ascetiche degli eccellenti e dei talentuosi, che assume come fonti di ispirazione e di apprendimento, e mai di imitazione scimmiesca. E’ l’emblema della verticalità, l’allenatore degli skyrunner per eccellenza. E il coach stesso si sottopone a questi processi, allena la propria autorealizzazione e autodeterminazione in prima persona, non per dovere, ma per passione.”

 

Luca Stanchieri

Startup SAUNA

STARTUP SAUNA

Che cosa è una Startup? Per Startup si intende la fase di avvio di un’iniziativa di impresa, quindi l’insieme di quelle attività e operazioni necessarie per avviare un business.

Il piano di startup è un prospetto che evidenzia determinati costi tipici dei primi dodici mesi di attività, ovvero del periodo in cui si affrontano costi certi a fronte di ricavi incerti, nonché dell’ammontare del capitale proprio che si intende investire nell’azienda. Lo startup comprende quindi tutte le spese relative alla costituzione della società e agli investimenti strutturali, gli stipendi, l’eventuale cauzione per l’affitto, le spese relative al materiale di consumo e l’indicazione del proprio capitale. In questo modo l’imprenditore ha un quadro chiaro dello scenario finanziario relativo ai mesi successivi e della sua capacità di remunerare il capitale investito.

In realtà “creare una Startup” va oltre la mera costituzione di un’impresa, perché è qualcosa che si avvicina a una filosofia, a uno status, a uno stile di vita molto più vicino alla cultura americana; non a caso trova la sua massima espansione in densità geografica nella Silicon Valley. La prima vera Startup è stata creata proprio in America dove prese breccia la volontà di sviluppare nelle persone una mentalità intraprendente, creativa e mai arrendevole. Queste sono le tre principali caratteristiche che contraddistinguono il fenomeno.

L’obiettivo di fondo è quello di cambiare, innovare e creare una nuova generazione di imprenditori
che siano i protagonisti del cambiamento.

In questo tempo di incertezza economica, il cambio di approccio mentale e il profondo rinnovamento non possono che passare attraverso l’incentivo a sfornare nuove idee. I protagonisti del cambiamento sono le nuove generazioni di “nativi digitali”, nati e cresciuti nel periodo di massima estensione del web, che stanno diffondendo un nuovo modo di vedere le cose.

E’ proprio dai moltissimi giovani che stanno vivendo un periodo di crisi esistenziale che emergono forti valori quali il desiderio di ripartire, di mettersi in gioco, di credere in qualcosa di ambizioso.

Il mercato delle startup è molto concreto e richiede una nuova forza che abbia idee, intelligenza, inventiva, creatività e voglia di fare.

E’ proprio per il fatto che il lavoro non c’è, che nei giovani preme il bisogno di inventarselo. E’ una generazione che, ormai priva di solidi punti di riferimento decide di crearne di nuovi, partendo da se stessi, dal cambiamento della propria mentalità così da vedere nella crisi, invece che un punto d’arrivo e di declino, un punto di ripartenza. Ora è proprio la crisi che può realmente essere l’occasione per innovare. La crisi, da problema, diventa opportunità e possibilità.

E’ proprio quello che è successo in Finlandia negli anni più recenti. Dopo la crisi del colosso industriale Nokia (che nel 2000 era da solo responsabile addirittura del 4% del PIL nazionale), i finlandesi non vogliono più dipendere da una sola azienda e stanno investendo in una nuova generazione di piccole imprese basate sull’innovazione, grazie all’impegno del governo in ambito universitario e in particolar modo nella fondazione Startup Sauna, organizzazione per startup e aspiranti imprenditori del nord-est Europa e Russia.

Nel 2010 alcuni studenti dell’università di Aalto, alle porte di Helsinki, dopo essersi convertiti al potere dell’imprenditoria durante una visita al MIT (Massachusetts Institute of Tecnology) di Boston, tornati in patria lanciarono “l’estate delle startup”, un convegno dove i giovani parlavano e mettevano a confronto le loro idee creative, al fine di dare un significativo messaggio al mondo: “il futuro della Finlandia non sarebbe più stato nei vecchi colossi industriali, ma nelle nuove piccole innovative società”.

Da qui nacque il progetto “Startup Sauna”: un acceleratore di impresa gestito da giovani entusiasti e finanziato da governo, aziende e atenei. Startup Sauna offre un’ampia gamma di servizi: spazi per uffici, formazione per imprenditori esordienti, visite di studio nella Silicon Valley e molte opportunità di fare rete. L’organizzazione si trova nel campus della Aalto University di Espoo, in Finlandia.

Le startup qui presenti sono supportate da tutte le aziende nelle vicinanze del campus e questo consente di lavorare bene non solo sui temi del progetto, ma anche sui temi di commercializzazione, distribuzione e ingresso sul mercato. Nel giro di un paio d’anni il progetto ha ottenuto risultati e successi talmente consistenti da portare alla forte considerazione comune che il declino della Nokia sia stata la cosa migliore che sia mai accaduta alla Finlandia.

Il paradosso che ora si presenta al paese nord europeo è l’altra faccia della medaglia: dopo i molti esempi di imprenditoria di successo, in molti casi le Startup invece di diventare grandi aziende locali vengono comprate da multinazionali straniere (per lo più americane) o gli stessi imprenditori innovativi si trasferiscono in altri paesi.

Il credo di Startup Sauna sta nell’idea che, dando il giusto supporto professionale, le possibilità di successo aumentino drasticamente. Il suo programma si basa essenzialmente su tre fattori di successo: raccogliere le migliori Startup per lavorare e vivere insieme, offrire valido coaching svolto da imprenditori, investitori e altri professionisti esperti, spingere le Startup per correre più veloce della loro concorrenza.

Il motto che aleggia è “we don’t mentor, we coach” e questo dice molto sulla sua identità profonda. Il coaching viene considerato il modo migliore per aumentare i potenziali dei team.

I coach di Startup Sauna hanno alte competenze di coaching, sono imprenditori esperti di settore ed allenano i team nell’avvio della loro impresa “sangue, sudore e lacrime”. L’aiuto dei coaches è onesto, diretto e concreto.

In sostanza Startup Sauna ha come scopo la costruzione di un ecosistema di startup funzionante nel nord Europa.

Startup Sauna è costituito da tre diverse operazioni:

  1. Un programma di stage per aspiranti imprenditori per lavorare presso imprese ad alta crescita di Helsinki e nella Silicon Valley. Oltre 60 stagisti sono stati abbinati fino ad oggi mediante il programma.
  2. Un programma di acceleratore per la fase iniziale di start-up dal nord Europa e Russia, dove le aziende sono allenate da esperti imprenditori e gli investitori seguono un intenso programma di un mese a Helsinki. Novanta aziende si sono distinte dal 2010, con oltre 25 milioni di dollari di finanziamento generato dal programma.
  3. La “Slush” conference, che riunisce l’ecosistema di Startup della fase iniziale della regione per incontrare i capitalisti di alto livello e media da tutto il mondo. Nel 2012, Slush ha riunito più di 3500 partecipanti, 550 aziende e 250 investitori e giornalisti per due giorni a Helsinki.

Il campus è denominato “Garage” ed è lì che qualsiasi giovane interessato alle Startup può lavorare, partecipare a lezioni ed eventi, incontrare alcuni tra i più esperti imprenditori e investitori dalla Finlandia. Il forte spirito di rivoluzione culturale, innovazione tecnologica, visione, apertura mentale, nuovi contenuti e creatività che si respira è piacevolmente accompagnato da divertimento, energia, confronto, networking e socializzazione; il tutto vissuto in un confortevole ambiente all’avanguardia, colorato e moderno.

Concludendo, possiamo affermare che Startup Sauna è il più grande gymnasium di allenamento all’imprenditorialità e laboratorio di impresa dal vivo che porta valore aggiunto all’ecosistema.

Startup Sauna: dove il futuro accade.

Genitori oggi: dall’autorità perduta all’educazione creativa

Nel pomeriggio di ieri, il Teatro San Paolo è stato protagonista di un grande evento formativo ed informativo nel quale il creativo psicologo e coach Luca Stanchieri, in una serrata ed appassionante esposizione, ha proposto la nuova e rivoluzionaria sfida della Scuola italiana di Life & Corporate Coaching: il Centro Future Lab.

L’argomento riguardava la scoperta consapevole e lo sviluppo responsabile delle potenzialità di genitori e figli, supportati da un allenamento specifico, mirato e costante di coach altamente preparati e formati da Stanchieri in persona, sulla base del miglior metodo di coaching umanistico proposto sul territorio nazionale.

stanchieri 2

Sabato, 7 dicembre 2013 ore 15.30 c/o Teatro San Paolo

In tale dimensione non si parla di aiuto ed analisi, ma di supporto ed allenamento.

Con una semplicità quasi disarmante ed un umorismo costante che tiene alta l’attenzione, Luca Stanchieri riesce ad affrontare contenuti molto complessi: spazia dal fenomeno diffuso dei Neet al bullismo, dai cambi di paradigma delle differenti epoche e generazioni alla mancanza di saldi punti di riferimento esterni, dall’importanza di una leadership genitoriale basata sulla fiducia e conoscenza reciproca alla rilevante funzione che un sano gruppo di pari riesce ad avere sull’adolescente.

Stanchieri si sofferma più volte a sottolineare l’importanza fondamentale che hanno le nostre singole potenzialità al fine di vivere una vita buona, all’insegna della felicità e dell’autorealizzazione e, citando Seligman, illustra abilmente alla platea, interessata e sempre più curiosa, le 6 virtù e le 24 potenzialità individuate e schematizzate sulla base di importanti studi e ricerche della psicologia positiva.

Viene così spiegato in qual modo, attraverso un corretto allenamento sistematico e ben organizzato nei tempi e nel recupero, (esattamente come avviene da sempre nello sport),  una potenzialità possa straordinariamente trasformarsi in potere e quindi in talento.

Stanchieri ribadisce più volte che servono dalle 10.000 alle 20.000 ore di allenamento programmato e sistematico per arrivare alla  massima espressione di una potenzialità, di un talento disarmante nella sua pura bellezza e rara eccellenza.

Invita i genitori ad ascoltare con cura i propri figli, a scoprire quale sia la loro vocazione più profonda e ad accettare e sostenere i loro sogni per aiutarli a sviluppare la personale creatività. Perché dove c’è creatività la stasi muore e lo sviluppo vive e si alimenta in un vortice virtuoso incessante.

Alla base di ogni dinamica genitore-figlio c’è un perno imprescindibile che sorregge ogni valido e sano rapporto genitore-adolescente:la relazione. Essa è la condizione sine qua non per lo sviluppo del processo di autorealizzazione dell’adolescente e del suo progetto di vita, nella quale si crea la fiducia, si palesa l’amore dimostrato ed in ultimo ma non per importanza, al genitore viene legittimato il potere di prendere decisioni sulla vita del figlio, dal figlio stesso. Il genitore, in una relazione sana, viene visto come un leader e non come un capo famiglia autoritario, per cui la decisione diventa espressione di amore ed il giusto controllo diventa protezione.

Le due fasi successive alla relazione sono la maturazione e la socializzazione.

Stanchieri parla poi di felicità, obiettivo essenziale del coaching umanistico,  in termini innovativi e circostanziati. Esistono tre tipi di felicità: quella dell’essere, dell’amare e del fare. E’ importantissimo per un genitore essere consapevole in primis della propria felicità predominante e in secondo luogo capire quella del proprio figlio, per avere un bussola con la quale orientarsi.

Il Centro Future Lab con entusiasmo, passione,  professionalità e dedizione si rivolge a tutti i genitori e gli adolescenti che hanno voglia di mettersi in gioco e in discussione, a tutti coloro i quali hanno voglia di smettere di reprimere i propri sogni e finalmente dedicar loro il giusto spazio e la meritata creatività per essere sprigionati al meglio ed essere trasformati in progetti, obiettivi e quindi in programmi di allenamento. Questo impegno importante e questa fatica positiva bocciano categoricamente la politica del sacrificio e il senso del disorientamento immobilizzante, e tendono alla realizzazione della felicità individuale e familiare sulla base dell’allenamento dei propri punti di forza e del proprio amore.

In sostanza il Coach affronta con il ragazzo il suo disagio, individua le potenzialità, ricava le attitudini, elabora con lui un progetto di attivazione fondato sulle vocazioni, grazie al coinvolgimento dei maestri. Contemporaneamente un altro Coach allena i genitori a perfezionare e migliorare la loro attitudine educativa in termini di creatività e cura di sé.

In questo progetto ambizioso e decisamente innovativo, il coaching viene messo al servizio di due valori condivisi e sacri: la famiglia e il futuro dei giovani.